In una separazione legale può accadere che mio figlio non voglia andare dal papà. Ci sono frasi che, dette dal proprio bambino, possono mettere un genitore in una posizione difficilissima.

Perché dietro quelle poche parole, non voglio andare dal papà, possono esserci rabbia, paura, tristezza, nostalgia, fatica (Le emozioni dei bambini: l’importanza di un’educazione dialogica | Save the Children). Oppure qualcosa che il bambino stesso non riesce ancora a raccontare.

E allora mamma e papà si trovano davanti alla stessa domanda: che cosa significa? Perché mio figlio non vuole andare dall’altro genitore?

Una domanda che ci chiede una risposta responsabile e intenzionale perché siamo genitori in relazione educativa ai nostri figli.

Ricordiamo che ogni bambino è diverso, così come lo è ogni separazione (Separazione e divorzio – Informa famiglie e bambini) e, soprattutto, ogni storia familiare.

Prima di cercare una spiegazione, è necessario fermarsi e ascoltare.

Mio figlio non vuole andare dal suo papà: ti ascolto

Ascoltare non significa decidere a priori chi ha torto o ragione.

L’ascolto richiama l’attenzione del genitore e, soprattutto, l’empatia (La relazione educativa: un modello circolare – Orientamenti Pedagogici).

Quando mio figlio non vuole andare dal papà, o fatica a separarsi da uno dei due genitori, mi sta dicendo che qualcosa, in quel momento, è troppo difficile per lui.

L’empatia ci aiuta a calarci nei suoi panni, a provare a sentire quello che sta generando quella difficoltà.

Perché se non sentiamo le emozioni di nostro figlio, difficilmente possiamo comprendere che cosa sta vivendo e, di conseguenza, rispondere al suo bisogno in modo responsabile.

L’ascolto, però, richiede attenzione.

Non è sufficiente sentire le parole che nostro figlio pronuncia: dobbiamo osservare ciò che accade intorno a quelle parole, i suoi comportamenti, le sue emozioni, i momenti nei quali la difficoltà si manifesta.

Solo così possiamo iniziare a comprendere quale sia il problema di nostro figlio e, come genitori, provare a rispondere al suo bisogno.

Ma cosa faccio se mio figlio non vuole andare dal papà?

Ascoltare nostro figlio non significa necessariamente dargli ragione.

Significa riconoscere che quello che sta vivendo ha per lui un significato e merita di essere accolto (Il diritto all’ascolto del minore: le norme fondamentali | Diritti ai Margini), compreso e approfondito.

Un bambino può dire non voglio andare dal papà come dalla mamma e avere bisogno di essere ascoltato, senza che questo significhi automaticamente che non debba andare.

La responsabilità della decisione, infatti, rimane dell’adulto.

È il genitore che deve provare a comprendere che cosa c’è dietro quel rifiuto, senza minimizzarlo ma anche senza trasformarlo immediatamente in una verità assoluta.

Perché ascoltare un figlio non significa consegnargli il peso delle decisioni degli adulti.

Significa aiutarlo a dare un significato a ciò che sente, accompagnandolo dentro una situazione che può essere difficile e che, molto spesso, non ha scelto.

È qui che la relazione educativa assume tutto il suo valore: il bambino porta la sua esperienza, l’adulto si assume la responsabilità di accoglierla e di orientare le proprie scelte nel suo superiore interesse.

Perché fermarsi e ascoltare quel no

Facciamo insieme ancora un passo indietro.

Quel non voglio andare dal papà o mamma è un comportamento, anche quando arriva attraverso una parola. E ogni comportamento, soprattutto quando si ripete o compare in una situazione di difficoltà, ci comunica qualcosa: ha una funzione e risponde a un bisogno.

Ecco perché fermarsi, come genitori attenti e responsabili, diventa fondamentale.

Non per trovare immediatamente una colpa o una spiegazione, ma per provare a comprendere che cosa c’è dentro quel no.

Quale bisogno sta esprimendo nostro figlio?
Quale emozione sta vivendo?
Che cosa, in quel momento, è troppo difficile per lui?

Capire è il primo passo per poter intervenire in modo responsabile.

Perché possiamo aiutare nostro figlio a stare meglio solo quando abbiamo iniziato a comprendere ciò che sta vivendo.

Possiamo allora incontrare la sua paura e provare a costruire sicurezza; riconoscere la sua ansia e accompagnarlo attraverso l’incoraggiamento; accogliere la sua tristezza e aiutarlo, nel tempo, a ritrovare anche la gioia.

Non si tratta di cancellare un’emozione, ma di aiutare nostro figlio a attraversarla senza rimanerne solo.

E forse è proprio questo che ci chiede quel no: non sempre una risposta immediata, ma prima di tutto la nostra attenzione.

Evita errori comuni: non trasformare quel no in una battaglia personale

Quando nostro figlio ci dice non voglio andare dal papà, soprattutto se siamo nel mezzo di una separazione difficile, è facile reagire seguendo la nostra emozione.

Possiamo sentirci arrabbiati, preoccupati, impotenti. Possiamo avere paura che nostro figlio stia male. Possiamo pensare che l’altro genitore non sia in grado di comprenderlo. Oppure possiamo sentirci accusati o messi in discussione.

Sono emozioni comprensibili.

Ma proprio per questo è importante fermarsi prima di reagire.

Evitiamo di dire a nostro figlio “devi andare e basta”, senza provare a capire che cosa gli sta succedendo.

Ma evitiamo anche il contrario: “Se non vuoi andare, allora non andare”, senza esserci interrogati sul significato di quel rifiuto.

Evitiamo di chiedergli di scegliere, di prendere posizione o di raccontarci ciò che accade nell’altra casa con domande che possono farlo sentire sotto pressione.

E soprattutto, evitiamo di parlare dell’altro genitore davanti a nostro figlio come se fosse un avversario.

Quando possibile, mamma e papà, facciamolo quel passo indietro, per tornare a guardare nella stessa direzione: quella dei bisogni di nostro figlio.

Solo così riusciremo a essere genitori capaci di abitare un conflitto insieme, senza permettere che quel conflitto diventi il conflitto di nostro figlio.

Perché, anche quando è difficile, dobbiamo tenere sempre a mente il suo superiore interesse (Il superiore interesse del minorenne | UNICEF Italia).